Ogni tanto, quando le giornate non vanno, o quando vanno troppo veloci, mi chiedo che cosa mi abbia spinto a voler fare questo mestiere.
In fondo, in un mondo dove tutti competono per avere l’attenzione degli altri, dove chiunque può, allungando la mano verso il suo cellulare, avere almeno virtualmente accesso allo scibile umano, dove l’IA ha imparato ad insegnarci a fare tante cose… è in questo contesto che faccio il formatore.
Ripensandoci mi sarebbe piaciuto anche fare l’insegnante nella scuola pubblica, ma alla fine la gioventù mi ha fatto mollare l’università a pochi esami dalla fine, le graduatorie erano già affollate come la metro di Milano il lunedì mattina, e avevo già preso un’altra strada.
Porto molti insegnanti nel cuore, a partire dalla mia maestra Mara delle elementari (sisi, ancora maestra unica) e da lì alle superiori, fino ai miei Maestri all’università di lettere. Ma devo essere sincero, non è per una forma di emulazione che ho deciso di fare questo mestiere.
Lo faccio perché alla fine, nella vita, ho sempre cercato un equilibrio tra alcune cose, e di recente ho scoperto che questo equilibrio ha un nome. Non in italiano, bensì in giapponese: Ikigai.
Lo so, lo so, ne avrete sentito parlare in tanti, ma lo riassumo al volo, alla fine anche questo è parte di ciò che faccio per vivere: spiegare le cose.
Ikigai (生き甲斐) che tradotto letteralmente significa Vita-Ragione, possiamo definirlo come ragion d’essere, qualcosa che dà un senso alla vita attraverso il fare.
(Poi non nego che si possa trovare un senso alla vita anche nel non-fare, ma di questo magari parliamo un’altra volta.)
Ikigai è composto da quattro elementi:
· Ciò che AMI
· Quello in cui SEI BRAVO
· Ciò per cui puoi ESSERE PAGATO
· Ciò di cui il MONDO HA BISOGNO
L’intersecarsi di questi elementi genera degli stati d’essere, come possiamo vedere nel Diagramma di Venn qui sotto:

E, come avrete intuito, l’unione di tutti e quattro gli elementi porta all’Ikigai.
Nella mia vita professionale mi sono trovato spesso, però, a sostare nell’intersezione di tre soli elementi.
Ad esempio, quando ero giovane, ero convinto che la vera realizzazione non avesse bisogno di denaro per manifestarsi (poveri i miei genitori!) e quindi mi trovavo nel terzetto AMORE + BRAVURA + UTILITA’. Il risultato era quello di impegnarmi hobby fantastici oppure lavori non retribuiti debitamente. Scrivevo traduzioni, o davo ripetizioni a studenti in difficoltà, facevo volontariato. Per carità tutto bello, ma alla fine mancava qualcosa…
In seguito, mi sono ritrovato anche nel terzetto AMORE, UTILITA’ e DENARO. Per un periodo ho lavorato presso il Laboratorio di Ingegneria Informatica dell’Università di Trento (non vi racconto nemmeno come ci sono approdato partendo da lettere) ma ero tanto giovane, troppo, e non ero abbastanza bravo, o forse non mi sentivo tale. Ero impegnato su progetti interessantissimi, pagati anche bene, ma più grandi di me. Un’esperienza pazzesca, che mi è servita tantissimo e mi serve ancora oggi, ma alla fine il senso di incertezza e di inadeguatezza ha prevalso e ho abdicato per fare altro.
Dopo altre peripezie, come un bellissimo ma insostenibile periodo nel turismo, sono approdato nel terzetto nel quale molti restano intrappolati, perché viene a creare una comfort zone quasi perfetta:
BRAVURA + DENARO + UTILITA’ Ovvero il mio recente passato da tecnico informatico.
Non fraintendetemi, fare il tecnico informatico è l’ikigai di molte persone che conosco: so che amano il loro lavoro, sono bravi, fanno qualcosa di utile per la società e guadagnano a sufficienza. È un lavoro che dà grandi soddisfazioni, ma semplicemente non è il mio.
Adoro l’informatica ma non mi sono mai innamorato del lavoro del tecnico. Lo faccio ancora, e pure volentieri se capita, ma manca qualcosa. E questo a lungo andare ha anche influito sul mio rendimento in quel settore, sulla bravura e sul denaro.
Ho un ricordo di qualche anno fa: una sera ero rimasto solo in ufficio, avrò avuto 22-23 anni. Passa il direttore, mi trova intento a scrivere qualcosa al pc e mi dice: “Cosa ci troveremo di tanto interessante in queste macchine, eh, Cesare?” E io gli rispondo: “Direi che più che le macchine, mi interessano le persone che stanno dall’altra parte”.
E alla fine è ancora così, più che le macchine mi interessano gli esseri umani ed il loro rapporto con l’informatica, e come usano l’informatica per interagire tra di loro. Ed ecco che ai tre elementi già presenti riesco ad aggiungere l’AMORE per quello che faccio.
Ecco, dunque, il mio Ikigai: aiutare gli esseri umani ad interagire al meglio tra di loro e a comprendere le macchine che usiamo ogni giorno per queste interazioni.
Per questo mi occupo di formazione e divulgazione.


